come matite spezzate

La notte del 31 dicembre 2019 avremmo festeggiato a casa di amici e celebrato insieme l’arrivo del nuovo anno ignari di tutto ciò che sarebbe accaduto da lì a pochi giorni, ignari del fatto che quel momento di eccezionale normalità da lì a poche settimane avrebbe lasciato il posto alle sole righe che sto scrivendo.

Saremmo rimasti a dormire fuori casa perciò prima di uscire avevamo preparato le nostre cose per la notte in un borsone: struccante, una crema notte, la spazzola per i capelli, gli spazzolini da denti, i pigiami, le pantofole e qualche ricambio per il giorno successivo, con i bambini abbondare è sempre meglio che deficere.

Abbiamo spento le luci, un ultimo sguardo al buio che avremmo lasciato dietro la porta, quattro mandate di chiave.

In macchina abbiamo ascoltato una play list con qualche brano rock come piace tanto ai piccoli, che quanto a gusti musicali hanno le idee molto chiare già da tempo.

Le luci in strada avevano un’intensità diversa, i lampioni sembravano accompagnarci rincorrendoci lungo i chilometri, più alti e più luminosi del solito, come il tramonto alle nostre spalle che sembrava non volerci salutare.

Tutto aveva qualcosa di irreale, quasi di fiabesco, una sensazione tipica delle feste e dei momenti di gioia.

I bambini erano euforici e noi altrettanto: una mini vacanza di una notte appena con gli amici che amiamo e che sono per noi la famiglia che abbiamo scelto, una seconda casa.

E poi l’aroma del pane caldo appena uscito dal forno, il rumore della crosta che si spezza sotto la lama, le briciole fumanti.

Il profumo del pesce, il rumore della pasta appena saltata, il tintinnare dei calici di vino, le bolle frizzanti nella bocca, le guance arrossate dalle risa e dall’uva fermentata, le sedie che si spostano, i piatti che si riempiono di forchette ingorde e un chiassoso vociare decora la stanza illuminata dalle candele e da un’altissimo albero di Natale lampeggiante.

Ricordo perfettamente i nostri nasi rossi, il fiato uscire dalle nostre bocche ad ogni parola,  l’aria fredda sul viso e sulle mani rimaste scoperte dal cappotto mentre attorno a noi il cielo nero si colorava di spruzzi di luce e tuoni di festa e le stelline pirotecniche consumavano i bastoncini stretti tra le nostre dita riempiendo l’aria gelida dell’odore dello zolfo, del carbone e di qualche metallo.

Le grida dei bambini, quell’ euforia mista a paura, che li porta a sgattaiolare freneticamente rincorrendosi tra loro e cercare rifugio tra le nostre gambe, attorno a noi mentre ci abbracciamo augurandoci il meglio.

Quell’euforia mista a paura e malinconia che non ha età e che accompagna ogni saluto come un addio e che lascia spazio a qualcosa di nuovo.

Eravamo felici, eravamo insieme, eravamo ignari e perciò eravamo tranquilli.

Ignari del fatto che le nostre vite sarebbero cambiate drasticamente proprio in quel nuovo decennio che ci apprestavamo a festeggiare per tutta la notte e che da mesi attendevamo con trepidante emozione e con un crescente flusso di adrenalina.

Tranquilli nelle nostre piccole certezze di ogni giorno, fatte di routine rassicuranti, di prevedibile ordinarietà, di tempi, di gesti, di sguardi sempre uguali ma che ci davano la sensazione di avere tutto tra le nostre mani.

Di poterci vedere quando volevamo, di poterci muovere come volevamo, di poter decidere e controllare ogni cosa come volevamo.

Completamente all’oscuro del fatto che quella sarebbe stata l’ultima volta che ci saremmo visti, tutti insieme, attorno allo stesso tavolo, sotto lo stesso tetto, sotto quello stesso cielo.

L’ultima tazza di infuso caldo insieme prima di salutare l’alba addormentandoci.

L’ultima colazione con caffè caldo e biscotti, un pò di torta avanzata dal cenone precedente, le pance ancora piene ma la voglia di concludere insieme rubando al tempo ancora qualche ora, qualche minuto in più del nuovo giorno, del nuovo mattino.

L’ultimo abbraccio, lo scambio degli auguri, l’emozione negli occhi per un nuovo importante traguardo dietro l’angolo.

Perché davanti avevamo solo progetti enormi a riempire il nostro orizzonte.

È finito così il vecchio anno ed è cosi che abbiamo salutato quello nuovo, salutando da lì a poco anche le nostre abitudini, la nostra libertà, noi stessi.

Come matite spezzate.

Abbandonate, sparpagliate su un pavimento troppo freddo e troppo grande per riavvicinarci ad ogni nostro frammento mancante eppure ancora capaci di colorare.

Ciò che eravamo prima si può solo ricordare.

Ciò che è stato dopo, ciò che è ora, si può ancora scrivere.

Niente sarà più lo stesso.

Noi non saremo più gli stessi, ma forse, potrebbe anche essere un bene.

Queste sono le prime righe che stanno sporcando un foglio completamente bianco e che potrebbe diventare un mucchio di fogli non più completamente bianchi.

Il mio più ambizioso progetto dopo la maternità.

Cosa ne pensate?

tocca a noi

ricorderemo quest’anno per la più grande manifestazione pandemica al altissima contagiosità del secolo: la paura

ma ricorderemo quest’anno anche per i gesti di generositá disinteressata, per la capacità di reinventarsi, per la propensione di ognuno di noi a rendersi utile per qualcuno, per la resilienza

ricorderemo quest’anno per le scuole chiuse a lungo, per i bambini costretti in casa, per noi genitori impegnati a reinventarci come insegnanti

ma ricorderemo quest’anno anche per il tempo che ci è stato concesso per stare al sicuro a casa con loro, per occuparci totalmente della loro educazione esattamente come accadeva diversi decenni fa, per accertarci che stiano bene, che siano felici, che si divertano e che non vivano la nostra stessa preoccupazione

ricorderemo quest’anno per i sacrifici a cui veniamo e verremo chiamati, per lo sforzo collettivo, per le scelte difficili che abbiamo preso e prenderemo e che non ci danno alternative

ma ricorderemo quest’anno anche come la svolta di cui avevamo bisogno, lo scuotimento interiore che sta portando ognuno di noi a riflettere, a cambiare o a scegliere di rimanere uguali

ricorderemo quest’anno per i cari che abbiamo perso, gli amici, i conoscenti, i colleghi, per chi non abbiamo mai visto, per la nostra precarietà che ci fa sentire tutte onde di uno stesso mare, sopravvissuti forse semplicemente per una sola questione di fortuna

ma ricorderemo quest’anno per aver compreso e dato valore a ciò che abbiamo davanti, a ciò che abbiamo attorno e dentro e non a ciò che teniamo in mano

ricorderemo quest’anno per tutto il tempo che avremo a venire, per noi stessi, per i nostri figli, per chi non c’è più e per chi ci sarà

non è facile

non è facile, non lo è affatto e chissà quante volte ce lo siamo detti in questo periodo e chissà quante altre lo diremo

non è facile per nessuno, e questo non aiuta, non dà sollievo

non è facile per gli anziani che vivono soli o per quelli che sono negli appartamenti protetti, che vedono i propri cari attraverso un monitor e che è la forma più strana di comunicazione che probabilmente stanno sperimentando

non è facile per le donne che partoriscono sole i propri figli, che non possono avere vicino il proprio marito, il proprio compagno, che non possono avere visite o ricevere una volta a casa il supporto dell’intera famiglia

non è facile per i bambini che rimangono a casa da scuola, lontani dagli amici, che non possono scendere al parco sotto casa, che non possono giocare con il bambino dello stesso pianerottolo

non è facile per i genitori che lavorano e si sentono un potenziale pericolo per i propri cari, ma che portano su loro stessi il peso del sostentamento della famiglia

non è facile per i genitori che al momento un lavoro non ce l’hanno ma che hanno le stesse preoccupazioni degli altri

non è facile nemmeno per un fiore farsi strada tra il cemento eppure c’è, è lì e lo vedo

proviamo a fare come quel fiore, proviamo a concentrarci sul traguardo e facciamoci strada verso la vita

domani

siamo a fine marzo eppure è arrivata la neve, quella neve che abbiamo atteso per tutto l’inverno ma che invece si è fatta attendere fino alla primavera

come a ricordarci che gli eventi, tutti gli eventi, possono essere profondamente incontrollabili e le aspettative disattese

domani sarà il nostro anniversario: dodici anni di noi e per quest’anno ho pensato ad una sorpresa speciale

non vedo l’ora che sia domani!

Mi dicevano che ero troppo sensibile

Ho sempre pensato che il mio sguardo sulle cose fosse differente, e non lo pensavo nell’accezione positiva che può avere questo concetto.

Mi sono sempre sentita diversa, per tante cose e su tanti aspetti.

Ho sempre osservato molto negli altri la postura della seduta, la camminata, il gesticolio delle mani, dicono di me che osservo troppo a volte, che dovrei prenderla più alla leggera.

Mi dicono.

Ma come si fa quando sei come me?

Ecco le mani delle persone ad esempio, passerei ore ed ore ad osservarle.

Le mani delle persone le capisco meglio degli occhi perché proprio loro, più di tutte, mi hanno sempre raccontato molto più delle parole.

È come una cosa viscerale, che fa parte di me e che in un qualche modo non governo e non capisco.

Ho sempre sentito le emozioni degli altri così forti da far vacillare anche me, e sebbene stare in compagnia mi piaccia molto, al contempo mi prosciuga di tutte le energie.

E divento liquida, mi nascondo sotto al mio mantello dell’invisibilità ed esco di scena senza fare rumore, ma dove posso vedere tutto e farmi la mia idea senza necessariamente doverla condividere.

Eravamo in giardino, a casa dei nonni, i bambini giocavano ed io e mia mamma chiacchieravamo di tutto un pò fino a quando, dalla porta di casa, è uscita mia sorella.

Era chiusa in casa da ore, sommersa nelle sue letture e nel suo silenzio dal quale si allontana faticosamente.

“sto capendo alcune cose di me finalmente” ha sentenziato, come se fosse d’obbligo che tutti capissimo a cosa si stesse riferendo.

“l’ho letto nel libro e finalmente ho capito! Io sono proprio così e forse non sono io ad essere sbagliata” ha ribadito sventolando il manuale nella mano, con uno sguardo fiero.

“forse devo leggerlo anche io, anzi, appena lo finisci, prestamelo!” le ho prontamente risposto.

Ma lei il libro se l’è gustato con calma, dunque io me lo sono comprata.

E adesso lo sta leggendo anche mia mamma.

E nel frattempo ho capito una cosa: non siamo sbagliati, siamo semplicemente una famiglia di “emisferi destri”.

Federica Bosco
Milanese di nascita [25 settembre del 1971] e Fiorentina di adozione,
dopo aver conseguito la maturità linguistica, si iscrive alla facoltà di giurisprudenza
Nel 2005 pubblica il suo primo libro Mi piaci da morire
che viene pubblicato da Newton Compton Editori arrivando,
nel giro di due anni, a diciotto ristampe.
Nel 2012 esce per Mondadori Pazze di me,
il suo primo libro in cui il protagonista è un maschio. 
Il 24 gennaio 2013 esce nelle sale il film omonimo tratto dal libro,
per la regia di Fausto Brizzi, di cui la Bosco è co-sceneggiatrice insieme a Marco Martani.

Prima di cominciare

un piccolo test…

Sei ipersensibile? 

Scoprilo cliccando sul link qua sotto

http://www.personealtamentesensibili.it/sei-ipersensibile/

Secondo le ricerche di Elaine Aron (psicoterapeuta) ed il marito Arthur Aron (neurologo) le Highly Sensitive People si contraddistinguono per caratteristiche riassumibili nell’acronimo D.O.E.S:

• Depth of processing (processiamo più profondamente le informazioni)

• Overarousability (siamo più facilmente soggetti a sovrastimolazione e sovraccarico)

• Emotional responsiveness/empathy (entriamo in connessione emotiva più facilmente)

• Sensitive to subtle stimuli (percepiamo dettagli sottili dell’ambiente e delle relazioni sociali che altri non percepiscono)

per informazioni su eventi, seminari, corsi, o per altre richieste potete scrivere all’indirizzo mail:

info@personealtamentesensibili.it


“vivevo nella paura di non capire e nella vergogna di essere scoperta”

Quanta è vera questa frase, mi ha risuonato in testa, martellante per tutta la lettura.

Un testo profondamente riflessivo, autobiografico e realistico che ritrae in maniera disarmante la realtà quotidiana delle persone considerate troppo sensibili.

Un viaggio introspettivo dentro alle dinamiche, alle sofferenze, ai dolori ma anche alle sensazioni, alle emozioni profonde, ai sensi fortemente amplificati di identità che ancora oggi vengono categorizzate e schiavizzate nella loro dimensione che lascia spazio a ben pochi fraintendimenti: persone deboli.

Sicuramente accanto a voi avete almeno una persona che potreste identificare in questo racconto, o forse, voi stessi siete quella persona.

Quel genere di persone che si accorgono del resto delle cose, che si sentono nude e che come dico sempre anche io, seppur senza pelle sentono tutto in maniera differente.

Il lettore che si immerge in queste pagine è portato a riflettere su se stesso e sulla realtà che lo circonda, a rimettere in discussione le proprie certezze e magari ad invertire anche la propria immagine di sè o di chi ha attorno: di alcune scelte, di alcune frasi, di alcune non scelte ed alcuni non detti.

Per il pubblico invece più sensibile e ricettivo, è come se i propri pensieri, il proprio essere avesse preso polso e si fosse trascritto esattamente nero su bianco per come appare ai propri occhi, ai propri sensi, alla propria pelle.

“è come se ci avessero dato le istruzioni per “l’uso della vita” scritte in cinese” dichiara l’autrice in una riflessione.

E’ vero, ma lei le ha sapientemente tradotte in un linguaggio comprensibile.

||pause

siamo abituati a correre la maggior parte delle ore delle nostre giornate come piccole formiche operose, affannandoci tra lavoro, casa, figli, attività extra

sempre di corsa, sempre con i minuti contati, sempre con l’orologio sott’occhio ed il telefono in mano

siamo abituati a non avere mai tempo per nulla perché il nostro tempo è già pianificato, programmato, incastrato e soprattutto DEVE ESSERE PRODUTTIVO E MONETIZZARE

siamo abituati ad affidare l’educazione e l’istruzione dei nostri figli alla scuola, a riempire il loro tempo rimanente tra i compiti e la cena delegando ad attività sportive, ricreative, culturali l’intrattenimento di qualità dei nostri figli come se fosse sempre necessario riempire ogni spazio e colmare i vuoti

questo tempo ci sta imponendo di rallentare, di fermarci un pochino costringendoci a guardarci attorno, a riprendere in mano i nostri spazi ed a recuperare ciò che avevamo lasciato indietro:il cambio stagione negli armadi, un libro letto a metà, quel corso di cucina mai potenziato

ci costringe a rivedere le nostre priorità e ad annoiarci talvolta

ci costringe a ritornare a coltivare il valore della famiglia, del prendersi cura vicendevolmente, del fare insieme: i compiti, la colazione, una torta

ed anche se oggi pensiamo a ciò che ci è stato tolto, ritornerà presto il giorno nel quale ripenseremo a questo tempo e capiremo ciò che in verità ci è stato donato: il tempo

pelle

come se essere una persona sensibile in un mondo come il nostro non fosse già una croce importante da portare, ho vinto anche un’altra dolce ed amara sentenza: ho la pelle sensibile

che la mia pelle fosse suscettibile alle carezze tanto quando agli schiaffi, che fosse più sottile di quella di chi mi trovo davanti nè avevo già la consapevolezza e qualche cicatrice

ma quanto al senso fisico della cosa, lungi da me giustificarla così

ho avuto la pelle bellissima ed indecente a periodi alterni della mia vita: in gravidanza e nei momenti top è sempre stata bella, luminosa, liscia

nei momenti di maggiore stress (praticamente la predominante) o sbalzi ormonali uno schifo totale

non ho mai vissuto bene questa cosa ovviamente, per non parlare della delicatezza con la quale certe bocche, degne solo delle proprie teste, hanno in più occasioni commentato, beffeggiato o scherzato su questa cosa

ed io quella pelle brutta, fastidiosa, vergognosa me la sarei strappata di dosso, letteralmente

ma ora ho finalmente capito due cose fondamentali e sono qui per urlarle a chi, come me, vive lo stesso disagio: la prima, che la mia pelle è più sensibile perciò esattamente come me, va trattata con la dovuta delicatezza

la seconda, che la mia pelle non è un problema, ma la valvola di sfogo di qualcosa che dentro mi ha demolito e che in un qualche modo trovava il canale più sensibile per uscire

quanto a chi ha la mal accortezza di parlare senza riflettere, vi consiglio una conversazione con uno specchio che perlomeno riflette, ma senza parlare