ma l’avete vista Meghan?

ma l’avete vista Meghan? di recente intendo.

in questi giorni scorro nella home di Instagram e su Google e mi sommergono un sacco di foto di Meghan e Kate al polo, intente a passare un pomeriggio con i bambini sul prato mentre i mariti giocano in groppa ad un cavallo, rincorrendo una pallina.

e fino qua niente di sconvolgente, anche io quando non avevo figli andavo a vedere il mio futuro marito giocare a calcetto il venerdì’ sera, poi fortunatamente abbiamo smesso.

io perché con un neonato tutto avrei voluto fare tranne che andare a vedere dieci uomini sudati litigare per una palla, e lui perché in fin dei conti non è mai stato lo sport della sua vita (non che non si vedesse eh?!) ma così come è nata, è anche finita.

vabbè comunque mi sono soffermata su qualche foto, ho letto diverse didascalie e qualche articolo e tutti riportavano le stesse cose:

Kate meravigliosa, nel suo abitino da poche sterline ma decisamente elegante, che gioca con il figlio Louis sul prato verde, mentre Charlotte e George sbocconcellano un sandwich e si intrattengono nei pressi dell’auto, sotto l’occhio vigile ma altrettanto accondiscendente di mamma Duchessa di Cambridge.

e Meghan? ma l’avete vista Meghan?

lei è lì, esattamente a due passi da Kate, con in braccio il piccolo Archie avvolto in una copertina, al riparo probabilmente dal sole, dall’aria o semplicemente dagli sguardi dei curiosi giornalisti.

insomma le classiche premure alle quali noi madri siamo abituate.

abito confortevole (anche se costoso un botto, ma d’altra parte lei può) che lascia intravedere le classiche rotondità di un post partum fisiologico, occhiali da sole scuri, capelli sciolti.

insomma decisamente pessima.

ma non sono io a dirlo, sono i tabloid che bocciano immediatamente la Meghan sciatta, che spende i soldi dei sudditi in abiti che non le rendono valore, che sfoggia quella pancia che probabilmente, anzi quasi certamente, nasconde una gravidanza gemellare prossima agli annunci.

c’è chi addirittura ha già scritto che si tratta di due femmine e che una gravidanza gemellare non si vedeva nella Royal Family da un tempo incalcolabile.

e poi quel povero bambino, che altri non è che un neonato, tenuto in braccio in quel modo!

no, no, no.

permettetemi di dire la mia, dal basso della mia nullescenza (non so nemmeno se esiste ma nel caso Accademia della Crusca sentiamoci per mail!) e dalla mia inesperienza editoriale: cosa non si fa per una notizia?

in queste due donne, diverse ed uguali allo stesso tempo vedo la normalità di una qualsiasi mamma.

anche io probabilmente ho tenuto in braccio i miei figli così appena nati, con impaccio forse, ma con grande amore, protezione e cura.

anche io vestivo con abito sformati, larghi, che non mi facessero ricordare quella pancia vuota e ricadente che si stava ritirando ma che a me creava un sacco di pippe mentali.

anche io, tutt’oggi, ho portato e porto occhiali da sole per nascondere le occhiaie, le borse, o semplicemente un trucco così acqua e sapone che non vorrei urtare la sensibilità di qualcuno.

anche io ho spesso i capelli sciolti o legati a casaccio e sembro appena scesa dal letto, e non sarò la Duchessa del Sussex e nemmeno quella di Cambridge, ma vedo nelle altre mamme lo stesso sguardo di comprensione, in alcune donne probabilmente quello di pena, negli uomini non lo so, non me ne curo.

con poche probabilità non mi avrebbero potuto dichiarare incinta dopo appena un mese o forse due: in quel periodo io ero tutto fuorché propensa alle attenzioni del mio futuro marito che dal canto suo si è rassegnato nel breve tempo.

non sono né Kate Middelton e nemmeno Meghan Markle, ma so farmi un idea di una notizia quando la leggo.

i miei figli?

nemmeno loro sono Charlotte, George e Louis ma nemmeno poi così diversi.

i miei si sarebbero rincorsi sul prato, sbraitando come galline impazzite, probabilmente Nicolò sarebbe caduto e si sarebbe rovinosamente sporcato le ginocchia di erba, imbarazzandosi davanti ai presenti.

Kate Middleton ed i piccoli George e Charlotte al polo lo scorso anno
dopo aver visto questa foto mi sento un pò Kate anche io

Alessandro di sandwich se ne sarebbe mangiati dieci o undici e se lo avessi lasciato consumare il suo pranzo in auto, non avrei nemmeno più ritrovato l’auto.

questo per dire cosa?

che nessuno è perfetto ma che ognuno, nella sua imperfezione, cerca di regolarsi con il proprio mondo.

io in quelle due donne, sempre paragonate, sempre soppesate in tutto, perennemente al confronto in una bilancia poco equilibrata e messe costantemente l’una a raffronto dell’altra in senso unico, vedo la normalità di una qualsiasi mamma che si sta godendo un momento con i suoi figli e che non per questo dovrebbe sentirsi giudicata.

per quello c’è giurisprudenza, 5 anni.

non aggiungo altro, ognuno si fa la sua idea su quel che legge.

e adesso se non fosse ancora chiaro lo ripeto:

ma l’avete vista Meghan?

GOD SAVE THE QUEEN!

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nel frattempo, me la vivo

eccomi qua dopo un tempo indecifrabilmente lungo e vuoto, davanti a questo schermo intonso nella sua luce blu dove il cursore che lampeggia mi ricorda che sta a me adesso, dar forma alle parole.

ed eccomi qua a riflettere su quel vuoto lungo, dormiente, silenzioso, che in questi mesi ha lasciato spazio in queste pagine solo a vecchie riflessioni e ricordi passati.

ed eccomi qua a mettere nero su bianco qualcosa che volevo scrivere da tempo ma che non potevo fare, per rispetto delle persone, dei modi e dei tempi.

in un epoca come la nostra nella quale siamo svezzati da migliaia di informazioni veloci, fredde, che fagocitiamo senza ritegno, dove si condividono storie e messaggi ma ci si interroga sempre poco sui nostri valori, ho scelto la calma.

lo spazio bianco, silenzioso.

l’attesa che tutto arrivasse al momento giusto, nei modi giusti ed agli ascoltatori giusti.

ed ora sono pronta a scriverlo anche qua.

e per farlo vorrei riprendere una riflessione che condivisi mesi fa e he sento di sposare appieno:

Avere il coraggio di ricominciare, vuol dire riconoscere che nella vita ci sono le marce in avanti, poi c’è il folle e poi ci sono anche le marce indietro: questa è l’esistenza. Questo tipo di coraggio ci serve per non restare fermi, è quel goccetto d’olio che mettiamo sopra il meccanismo per farlo girare, anche quando è arrugginito. Dopo una caduta c’è sempre una risalita, quindi bisogna avere la forza di pensare che non si inizia e non si finisce, ma che si inizia, si sbaglia e si ricomincia. Gli errori, le sconfitte possono essere fonti di grandi e importanti lezioni, perché chi non sbaglia, vuol dire che non fa e non agisce. A mettere paura è il cambiamento, perché siamo tutti un po’ dei conservatori, ma adottare questo comportamento è come trascorrere la propria vita in cantina. Oltre a questo effetto collaterale, s’innesca anche un altro meccanismo deleterio: si pensa che sia meglio non cambiare e quindi pur di non farlo, si accettano dei compromessi, si abbassa il livello delle proprie aspettative e ci si adegua. Invece bisogna sforzarsi e non rinunciare mai ai propri obiettivi. Alla luce dei fatti, spesso le situazioni che sembrano negative in realtà sono il trampolino di lancio per tante altre cose più appaganti e soddisfacenti. Tutte le ripartenze iniziano dall’autostima e questo vuol dire vedere e permettersi scenari differenti, scegliere anche strade professionali nuove, sperimentarsi in mestieri diversi. Serve il coraggio di reinventarsi, anche per capire quello che a noi è più adatto. Perché nulla accade a caso. Come scriveva Hernest Hemingway: “ Il mondo spezza tutti quanti e poi molti sono più forti nei punti spezzati”.

Se ci pensiamo, è una regola del nostro organismo: l’osso è più forte proprio dove si è rotto”.

e dunque eccomi qua a scrivere.

perché la scrittura mi ha sempre aiutato a riflettere meglio sulle cose, su quel mio IO PENSANTE che tengo a volte chiuso a chiave nel più recondito sgabuzzino, per evitare di sentire il suo borbottare continuo a tutte le ore del giorno e della notte.

perché da queste pagine sono nati gli spunti migliori di questi anni, ed è da qui che vorrei ripartire.

come quando si cercano i legami più forti, per darci sicurezza e protezione quando ci sentiamo fragili.

ma partiamo dall’inizio, anche se a piccoli passi.

nella mia giovane esperienza di mamma mi sono sempre posta un sacco di domande cercando di arrovellarmi sulle risposte, sulle possibilità e su tutto quello in cui noi donne siamo abili imprenditrici: le pippe mentali.

mi sono sempre chiesta se i miei figli avessero ancora fame o avessero mangiato a sufficienza.

se mancasse loro qualcosa, e cosa fare per farli stare meglio (che poi meglio di cosa?).

se li amassi abbastanza, se fossi abbastanza.

se avessero freddo o caldo di notte, controllando la loro temperatura con la mano sotto le coperte.

se in spiaggia non ci fosse troppo caldo per loro, se la protezione solare fosse abbastanza efficace e ogni quanto spalmarla nuovamente.

se le scarpe fossero della misura giusta per farli camminare agevolmente senza inciampare.

se la giacchetta impermeabile fosse abbastanza impermeabile, se quella antivento fosse abbastanza antivento, se la sciarpa li avvolgesse a sufficienza attorno al collo per scongiurare quella tosse fetente che ci colpisce sempre la sera, nel weekend.

e le cinture nel seggiolino in macchina, le tendine parasole, l’aria condizionata che condiziona troppo il mio mal di testa, il finestrino abbassato che però fa corrente ed è peggio, insomma una vera condanna.

e non solo per me stessa, ma per loro e per quel sant’uomo che mi deve compatire ogni volta ricordandomi quanto io sia pesante nel mio eccesso di premura.

e non ho mai avuto risposta a tutte queste domande se non, un bel pomeriggio, Alessandro (3 anni compiuti da poco) mi ha freddato dicendomi: come sei pesa mamma!

e se già da tempo nasceva dentro me e si faceva spazio una considerazione, quella fu la chiave di svolta per tutte le risposte che non avevo mai avuto e che mai avrò.

e dunque ho riflettuto sulle origini di questo mio impetuoso fiume di premura e di ansia da prestazione: per lavoro (del quale non parlo mai per rispetto) sono sempre stata abituata a dare il massimo delle mie risorse fisiche e mentali, spesso trattenendomi oltre i miei orari se necessario.

e questo mi porta a dover scegliere tra i miei figli e la mia occupazione.

dedicandomi al lavoro tolgo un pò del mio tempo a loro, dedicandomi a loro tolgo tempo al lavoro (che nel mio caso è un pò complesso da spiegare…).

arrivare a casa già prosciugata di tutto, spazientita, irritabile, stanca.

e loro pieni di vita, di energia, di cosa da fare, di cose da dire, di voglia di non andare a letto mai per rubare tutti i minuti possibili per stare insieme, in modo chiassoso, caotico, movimentato.

ed allora ho avuto da me una sola strada possibile: smettila di farti domande inutili e fermati ad ascoltare le risposte che ti arrivano giorno per giorno, attimo per attimo.

ed ho preso la mia decisione.

Avere il coraggio di ricominciare, vuol dire riconoscere che nella vita ci sono le marce in avanti, poi c’è il folle e poi ci sono anche le marce indietro: questa è l’esistenza. Questo tipo di coraggio ci serve per non restare fermi, è quel goccetto d’olio che mettiamo sopra il meccanismo per farlo girare, anche quando è arrugginito. Dopo una caduta c’è sempre una risalita, quindi bisogna avere la forza di pensare che non si inizia e non si finisce, ma che si inizia, si sbaglia e si ricomincia.

mi sono armata di una dose equivalente di coraggio e di sfrontatezza (di quella sana pazzia che ti fa fare incredibilmente la cosa giusta al momento giusto) e MI SONO LICENZIATA.

ho lasciato il lavoro che ha dettato i tempi della mia vita in questi ultimi 14 anni.

il lavoro che mi ha programmato la sveglia ogni giorno, il tragitto in auto, l’abbigliamento, il modo di comunicare e di non comunicare.

il lavoro al quale però non ho mai permesso di programmare la mia scelta di diventare mamma (due volte), il colore dei mie capelli (quanto ho amato quel rosa…), le mie ambizioni della vita, il mio modo di essere mamma.

sono stati mesi duri, difficili, nei quali ho visto davanti a me crollare gli investimenti di una vita, i sacrifici, le scelte fatte in anni ed anni, il mio tempo.

mesi nei quali ha prevalso un fortissimo sentimento di fallimento e di inadeguatezza.

ma poi mi sono ascoltata, ho messo per un attimo in pausa il mio IO PENSANTE per lasciare spazio al mio IO ISTINTIVO e ho fatto due chiacchiere tra me e me.

ed ho capito che nella vita i fallimenti sono altri.

che ho fatto ciò che in quel momento, in quel tempo, in quel luogo amavo e credevo migliore e per la prima volta ho guardato tutto questo come un bellissimo capitolo pieno di ricordi ed insegnamenti, che si chiude.

no, come molti non sono nella condizione economica di poter fare questo azzardo con serenità, ma ho accantonato per un attimo le paure e le ansie (che nella vita ahimè ho dovuto sperimentare sulla mia pelle accanto a mio figlio e che sono ben altre!) per inseguire un orizzonte nuovo.

non so cosa mi riserverà il futuro ma io sono aperta ad accogliere ciò che arriverà e ad andare a caccia di tutte le possibilità che troverò davanti a me: non ho paura di mettermi alla prova, ora non più.

e la mia famiglia, in tutto questo è stata fondamentale: dai miei genitori, ai mei fratelli, al mio prossimo futuro marito, persino i miei figli.

che hanno atteso pazientemente, mi hanno guardato in silenzio soffrire e sapevo che soffrivano come me dentro di loro, che mi hanno incoraggiato a da andare avanti sempre e ad inseguire il mio sogno rinunciando a tutte le certezze se quello era ciò che sentivo dentro di dover fare.

si sono fidati ciecamente di me, dei miei silenzi e delle mie paure, ma soprattutto della mia capacità (che è costata tempo, sacrificio e tante lacrime) di capire cosa per me fosse meglio e smetterla di domandarmi “cosa gli altri diranno?”.

a loro devo un ringraziamento enorme perché nulla sarebbe stato quello che è stato se non li avessi avuti vicino e stare vicini, è un atto di grandissima fede e forza.

grazie alla mia famiglia per avermi cresciuto da persona libera e aver sempre sposato le mie scelte incoraggiandomi.

grazie ai miei fratelli che non hanno mai giudicato ma conoscendoli si saranno preoccupati un sacco.

grazie alle mie amiche (che fanno parte della mia famiglia) per avermi ascoltavo quando parlavo e quando me ne stavo in silenzio, per avermi ricordato quanta testardaggine, quanto coraggio e quanta forza ho dentro.

grazie alle mie colleghe che, nonostante le lacrime, mi hanno lasciata andare con un sorriso capendo ed accettando le mie motivazioni e la mia scelta.

grazie a Nabile, che in questi giorni vedo sempre più pensieroso ma che non ha mai smesso di ripetermi quanto sia orgoglioso del grandissimo cambiamento che sto affrontando.

e non ultimi grazie ai miei figli che mi accolgono ogni mattina ed ogni sera con un sorriso, come la prima volta che ci siamo visti nella nostra vita, al loro entusiasmo, al loro amore smisurato ed incondizionato devo le boccate d’aria che sono riuscita a prendere durante questa lunga apnea.

in particolare a Nicolò che nei suoi 5 anni, alla mia notizia che sarei per un pò rimasta a casa e che avrei cambiato lavoro per fare un pò di più la mamma mi ha fissato dapprima serio, in silenzio, pensieroso e forse anche dubbioso, poi ha allargato le labbra in un sorriso e mi ha detto

“finalmente mi porterai tu a scuola la mattina come le mamme dei miei amici!”

e non serve dire altro…

ma grazie lo dico anche a me, anche se al termine di questo scritto fiume, in fondo a tutti.

ai piedi della pagina, che come i miei, immagino piantati a terra, scalzi, per sentire il terreno sotto.

sono qui, adesso.

alla mia caparbietà devo le mie conquiste più grandi.

alla mia sensibilità devo gli ascolti migliori ai quali mi sono allenata e le parole che ho scritto su questo foglio bianco che splende di luce blu.

alla mia speranza devo la forza di non aver mollato mai, di non aver accettato di arrendermi quando sarebbe stato facile farlo (e forse anche più conveniente).

alla mia forza di volontà, di cambiare orizzonti, panorami, tragitti ed orari, auguro il meglio.

dopo un tempo indecifrabilmente lungo e vuoto, davanti a questo schermo intonso nella sua luce blu dove il cursore che lampeggia mi ricorda che sta a me adesso, decidere se proseguire o fermarmi.

davanti a questo schermo che ho fissato tutta la mattina, dove sono tornata e dove sono felice di essermi fermata.

Serve il coraggio di reinventarsi, anche per capire quello che a noi è più adatto.

Perché nulla accade a caso.

buona vita a me e se il “caso” vorrà, sono qui che lo aspetto.

nel frattempo, me la vivo.

My last 2018 and my new 2019

come ogni anno il giorno del mio compleanno è in occasione per riflettere sui mesi appena trascorsine fare un bilancio generale

[nascere a fine anno può avere dei vantaggi]

aldilà di tutto credo che il 2018 mi abbia portato dei grandissimi insegnamenti

questo fa parte del saper cogliere anche nelle sfide più complesse e nelle sconfitte il lato arricchente

come dico spesso, io non perdo, o vincono imparo

e oggi che compio 32 anni posso dire che se al 2018 devo comunque tanto, allora al prossimo 2019 dovrò davvero tutto…

appesa

spesso mi è capitato in questo periodo di sentirmi appesa, in una dimensione provvisoria ed instabile

una situazione che potrei descrivere nell’immaginario fotografico come la sensazione di trovarmi su un precipizio, appesa per le braccia e dovendo contare sul l’unica forza delle mie mani e di poco altro

perché io che sono dannatamente maniaca del controllo e schiava delle mie certezze, quando mi trovo a fare i conti con qualcosa che non riesco a governare sento la terra sotto i piedi scivolare

e rimango appesa

più che posso, fidandomi della mia forza

e mai sono caduta perché le mie braccia e la mia forza di volontà nel non farle cedere non mi hanno mai tradita

vi regalo e mi regalo allora un intenso passaggio di Crepet

da rileggere tutte quelle volte che serve, tutte le volte che serve perché non è mai abbastanza

“Avere il coraggio di ricominciare, vuol dire riconoscere che nella vita ci sono le marce in avanti, poi c’è il folle e poi ci sono anche le marce indietro: questa è l’esistenza. Questo tipo di coraggio ci serve per non restare fermi, è quel goccetto d’olio che mettiamo sopra il meccanismo per farlo girare, anche quando è arrugginito.

Dopo una caduta c’è sempre una risalita, quindi bisogna avere la forza di pensare che non si inizia e non si finisce, ma che si inizia, si sbaglia e si ricomincia.

Gli errori, le sconfitte possono essere fonti di grandi e importanti lezioni, perché chi non sbaglia, vuol dire che non fa e non agisce.

A mettere paura è il cambiamento, perché siamo tutti un po’ dei conservatori, ma adottare questo comportamento è come trascorrere la propria vita in cantina.

Oltre a questo effetto collaterale, s’innesca anche un altro meccanismo deleterio: si pensa che sia meglio non cambiare e quindi pur di non farlo, si accettano dei compromessi, si abbassa il livello delle proprie aspettative e ci si adegua.

Invece bisogna sforzarsi e non rinunciare mai ai propri obiettivi.

Alla luce dei fatti, spesso le situazioni che sembrano negative in realtà sono il trampolino di lancio per tante altre cose più appaganti e soddisfacenti.

Tutte le ripartenze iniziano dall’autostima e questo vuol dire vedere e permettersi scenari differenti, scegliere anche strade professionali nuove, sperimentarsi in mestieri diversi.

Ad esempio, se mi cacciano via dall’azienda, posso aprire un ristorante e trasformare quella che prima era una passione per la cucina in una professione.

Serve il coraggio di reinventarsi, anche per capire quello che a noi è più adatto.

Perché, come dicevo prima, nulla accade a caso e forse il licenziamento può essere l’occasione di fare quello che è veramente più nelle nostre corde.

Come scriveva Hernest Hemingway: “ Il mondo spezza tutti quanti e poi molti sono più forti nei punti spezzati”

Se ci pensiamo, è una regola del nostro organismo: l’osso è più forte proprio dove si è rotto”.

strage di Corinaldo, ovvero la dura arte dell’essere genitore oggi

mi permetto di suggerirvi di leggere questa riflessione di Alberto Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva.

effettivamente è un po’ lunga, ma merita visto che le nostre ragazze e i nostri ragazzi stanno crescendo.

parla di pre adolescenti e adolescenti e di quanto sia difficile, in questa fase, il ruolo di genitori.

STRAGE DI CORINALDO:

tutto avviene sulla pelle dei nostri figli.

Oggi di fronte alla notizia della strage di Corinaldo ho provato gli stessi brividi che devono aver provato tutti i genitori che hanno figli adolescenti.

Mi sono identificato con i genitori che hanno perso i loro figli giovanissimi.

E ho pianto.

E con i genitori dei giovanissimi che ieri sono entrati al concerto con una bomboletta spray di gas urticante.

E ho provato i brividi.

Potenzialmente io potrei essere genitori di un figlio che appartiene ad entrambe le categorie.

I miei figli adolescenti amano andare ai concerti.

E ho figli che sono ancora nell’età dello tsunami, e quindi so bene che potrebbero fare un bel po’ di stupidaggini, senza pensare a tutte le conseguenze che ne potrebbero derivare. All’inzio ho provato paura e sgomento.

Poi, quando oggi al telegiornale ho scoperto che a fronte di 850 posti disponibili sono stati venduto più di 1400 biglietti ho sperimentato anche una grandissima rabbia.

Che però vorrei trasformare in riflessione educativa.

Ecco perché vi propongo una lettura impegnativa.

Se non avete dieci minuti disponibili non andate avanti.

Se li avete e volete affrontare un tema così tremendo anche da un punto di vista educativo, proseguite la lettura.

E Possibilmente fornite il vostro commento e condividete con più genitori ed educatori possibili.

Per parlare della strage di Corinaldo potremmo partire dalle tante cose stupide che fanno i preadolescenti e i giovani adolescenti.

E su questo non potremo mai smettere di fare educazione e formazione.

Non potremo mai abbassare la guardia con i nostri figli e con gli amici dei loro figli.

Dovremo costantemente portarli a riflettere su tutte le cose stupide che possono fare, ma che devono decidere di non fare.

Su tutti quegli scherzi che sembrano “ragazzate” e che possono trasformarsi in stragi.

Quindi, è cruciale che noi adulti non smettiamo mai di promuovere un lavoro educativo con chi sta crescendo, che gli instilli empatia e senso della responsabilità affinchè i giovanissimi possano essere in prima persona protagonisti della prevenzione di eventi tremendi come quello successo ieri notte a Corinaldo.

Perché a 12, 13, 14, 15 anni si può decidere di vivere facendo finta che “tutto è uno scherzo….. cosa vuoi che sia….su dai, non fare il bigottone”.

Ma si può anche invece investire in “responsabilità” per sé e per gli altri e dirigere le proprie energie verso azioni che proteggono se stessi e gli altri, invece che in azioni che sfidano le norme, colludono con la trasgressione e che possono avere conseguenze e implicazioni inaspettate e molto gravi.

Sarebbe bastato ieri sera che chi è entrato al concerto sovraffollato, con bombolette di gas urticanti avesse deciso di non farlo, per evitare oggi di trovarci sconvolti di fronte alle conseguenze di ciò che questa scelta scellerata ha portato con sé.

Per evitare la strage, sarebbe bastato che un amico o un’amica del cuore di chi ieri aveva in tasca una bomboletta spray, sulla strada per andare al concerto, avesse detto al proprietario di questo oggetto che ha fatto più danni di un ordigno bellico: “Dai non fare lo scemo/la scema.

Butta via quella roba lì…. altrimenti io con te al concerto non ci vengo…. E informa le guardie di sicurezza di quello che hai in tasca” e forse oggi tutto sarebbe stato diverso.

Bene, questa è la parte che riguarda noi, i nostri figli e le loro responsabilità.

Poi, però, c’è una parte che riguarda il mondo adulto.

Che sulla pelle delle passioni giovanili dei nostri figli, spinge sull’acceleratore del guadagno, ad ogni costo, senza alcuna valutazione delle responsabilità che quel guadagno porta con sé.

E così si scopre che per un evento organizzato in un locale che poteva contenere al massimo 850 persone, gli organizzatori avevano venduto più di 1400 biglietti, violando ogni norma di protezione e sicurezza imposta per legge.

E quindi, per loro, organizzatori e gestore dell’evento, quegli spettatori di concerto ieri erano semplicemente pedine di un progetto di guadagno che spreme i desideri dei giovanissimi fino all’ultima goccia, che non ha alcun rispetto dei loro bisogni di crescita, che non si pone alcuna remora (legale, etica, morale) a generare guadagni illegali sulla loro pelle.

Proprio settimana scorsa ho acquistato un biglietto per un concerto al quale mio figlio vuole andare nel 2019.

Il biglietto ha un costo dichiarato di 38 euro.

Poi ho dovuto pagare 5,70 di diritti di prevendita.

Poi ho dovuto pagare 9,90 euro di spese di spedizione, perché per guadagnare ulteriormente sulla pelle dei nostri figli, questi grandi gestori e manager degli eventi cui i ragazzi vogliono partecipare non ti permettono di ritirare il biglietto alla cassa del luogo dell’evento, né di scaricarlo da internet o di riceverlo via mail, cosa che avviene in quasi tutte le altre nazioni del mondo.

Così un biglietto da 38 euro viene a costare in totale 53,6 euro, cioè circa il 40% in più.

Uno dice: pagherò tutti questi soldi in più, perché ci sarà una cura e una qualità totale dell’evento.

Poi si scopre quello che abbiamo letto oggi sul giornale.

E già sulle vendite dei biglietti per i concerti ne avevamo lette un bel po’ nei mesi scorsi comprendendo che livello di avidità – e lasciatemelo dire – disonestà si nasconda dietro alle grandi società di gestione delle biglietterie online.

E allora, comprendiamo che il male del mondo oggi è che non c’è più rispetto per nulla, nemmeno per chi è minorenne e dovrebbe essere protetto e aiutato a crescere nel miglior modo possibile.

I nostri figli sono diventati oggi “il parco giochi” degli strateghi del marketing, dell’avidità delle multinazionali, del cannibalismo di sistema economico-finanziario liberista e senza codici etici e morali che nei minori vede solo potenziali consumatori, soggetti a cui noi genitori abbiamo riempito le tasche di soldi e che quindi quei soldi possono spendere, non importa come.

E così abbiamo l’emergenza gioco d’azzardo tra i minorenni, l’emergenza droghe, l’emergenza pornografia, l’emergenza dipendenza da videogiochi.

Eccetera eccetera eccetera.

Noi genitori abbiamo di certo sbagliato.

Ma è profondamente sbagliato anche il villaggio globale in cui noi li stiamo crescendo.

E al quale dobbiamo “urlare” con tutta la nostra forza “Adesso basta”.

Bisogna permettere ai nostri ragazzi di tornare a ritrovarsi in luoghi dove non ci sono sempre biglietti di ingresso da pagare, consumazioni obbligatorie da fare, oggetti da comprare se vuoi metterti in coda tre ore per fare un selfie con il tuo cantante preferito di cui devi avere comperato l’ultimo CD. Altrimenti non hai diritto a nulla.

Ci sono responsabilità che ci riguardano come adulti.

Come genitori.

Come gestori di un locale.

Come manager di un artista amato dai ragazzini.

E si tratta di responsabilità educative.

Formative.

Non solo economiche.

Se non impariamo a farcene carico, i nostri figli rischieranno sempre più di perdere.

La loro vita.

Le loro speranze.

Il loro futuro.

Se condividete queste riflessioni, rendete virale questo messaggio.

Se non le condividete, aiutatemi a capire cosa c’è di sbagliato in quello che ho scritto, secondo voi.

BE AT HOME

in questi anni ho cambiato una manciata di case appena ma nonostante tutto ho abbastanza elementi a disposizione per poter affermare con assoluta certezza che i traslochi proprio non fanno per me

odio gli addii ma ancora di più è per me difficile innamorarmi

ed in questi anni ho discusso con Nabile più volte di quali fossero i criteri che dovevamo considerare nella ricerca della nostra casa: lo spazio, la luminosità, il numero di camere, la possibilità di in ampia area esterna la vicinanza al centro e le sue comodità o la sua lontananza in virtù di una maggiore libertà personale

insomma scegliere una casa non è un impresa facile, soprattutto perché la casa non si sceglie

tu pensi di sceglierla, di avere chiare in testa le caratteristiche de deve imprescindibilmente avere e quello che assolutamente speri di non trovare

[ma poi è meglio comprare o andare in affitto?]

io ho capito solo una cosa abitando questa casa: la casa non la decidi tu

la casa ti batte dentro, lo capisci appena ci entri, lo sai già quando immagini dove metterai il divano e lo stereo che assolutamente non deve mancare, il colore delle tende e dove metterai l’albero a Natale, tutti i tuoi libri e le foto

la casa ti scegli e tu ti apri a lei, non viceversa

ed io questa casa la amo da morire

[👁‍🗨 a che punto siete con la preparazione al Natale?

voi avete già iniziato ad addobbare casa?

qua siamo ancora in alto mare, abbiamo le nostre tradizioni: la casa si addobba l’otto di dicembre

e voi avete una tradizione speciale legata alle prossime feste?]

drop

avete presente la lentezza con la quale una goccia si lascia cadere?

ed una goccia alla volta cosa fanno insieme?

una pozza, un rivolo, il mare

una goccia alla volta si possono fare tantissime cose diverse, dalla più piccola alla più grande

oggi ad esempio è la GIORNATA INTERNAZIONALE DEI DIRITTI DEI BAMBINI

voi che fate?

no filters

io sono così, e non è una giustificazione.

io sono così, sono piccola, bassa, tra la folla mi confondo e spesso rimango sommersa dalle persone.

no, non sono di quelle che fanno a spallate e gomitate per farsi spazio.

io rispetto la fila, il turno, la precedenza.

ho un grande senso del rispetto delle regole, merito del duro lavoro dei miei genitori e di una dose di impegno personale.

io sono quella che spesso non riesce a vedere davanti perché le teste delle persone sono sempre più alte della propria visuale.

sono anche quella persona che nonostante tutto però non va via a metà spettacolo, ma rimane comunque fino alla fine.

io sono così, sensibile, empatica, emotiva e fortemente ermetica.

ho coltivato il mio guscio per tutta la mia vita e sebbene in alcune occasioni mi faccia apparire come “strana” o magari anche “antipatica” è in realtà la mia più grande fonte di sicurezza e forza.

io sono quella che si preoccupa che tutti stiano bene, che tutti siano aposto altrimenti sento di non poterlo essere nemmeno io.

io sono così, quella che tra le amiche dice sempre quello che pensa, senza filtri, rischiando di dire anche “troppo”.

ma perché io sono così, io sono onesta e dico come vedo le cose, senza nascondermi dietro un dito o dietro qualcosa che non ho mai capito come si chiama ma che io definisco “ti voglio bene ma proprio per questo non ti posso proprio dire tutto quello che penso davvero”.

io sono così, senza filtri.

e con i capelli rosa.

perché non mi è mai piaciuto essere osservata ma nemmeno essere come tutti, frutto di una catena di produzione standard.

e scendere a patti con questo colore è concedersi il tacito accordo di qualche occhiata in più in funzione del mio senso distintivo nella folla.

la stessa nella quale mi perdo perché sono piccola e bassa e non sgomito o spingo, ma aspetto.

è il mio nuovo marchio di fabbrica…

[ grazie al Rosario Rizzo salon by James per aver dimostrato ancora una volta che per essere “diversi” bisogna avere il coraggio di osare ]

Autumn

il mio omaggio all’autunno lo faccio con una riflessione a caldo su come mi sento in questi giorni.

oggi sono a casa da sola perché i nani sono a scuola ed io ho guadagnato due ore totalmente libere nelle quali posso decidere in completa autonomia cosa fare.

ed eccomi davanti a questo bellissimo panorama che altri non è che la visuale sul mondo fuori dalla finestra della camera dei bambini.

un pezzo di mondo sul quale fino a qualche settimana fa mi affacciavo io e che abbiamo scelto di regalare a loro.

perché le cose è così che devono andare, perché qua c’è chi la sua visuale sul mondo se la sta ancora costruendo e dunque tanto vale regalargli la migliore che possiamo offrire in questo momento.

quante volte io mi sono affacciata a questa finestra quando fuori era ancora buio e mi sono persa il primo sole del mattino?

ve lo domandate mai, voi, quante cose vi state perdendo perché persi in altro?

io me lo domando sempre e mai come oggi ho la convinzione che la mia passeggiata sul mondo debba invertire la sua marcia per permettersi altre visuali.

“la vita fa schifo ma il panorama è bellissimo”

cantava Fedez e sebbene la mia vita a me piaccia così com’è, del panorama no, quello non me ne accontenterò mai!

e per me l’autunno non è il tempo in cui tutto muore e si spegne, ma al contrario la più grande dimostrazione che la natura si prepara ad esplodere nuovamente.

[allenatevi a guardare le cose da una prospettiva diversa, vi sentirete meglio]

benvenuto autunno!